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Altarini e camicia bianca
Inclinato alle cose spettanti al culto divino, Prospero da fanciullo,
insieme alle sorelle, si dilettava a formare altarini, adornarli di piccoli
candelieri e figurine divote. Talvolta indossava "una camicia
bianca lunga fino ai piedi", si presentava all'altarino, rappresentando
il sacerdote e, ascoltatrici le sorelle, imitava il celebrante: segno della
croce, percussione del petto, devota recita del Pater et Ave con il seguito
di altre cerimonie da lui osservate nel veder celebrare. Il che riusciva
di grandissima consolazione a tutta la famiglia, la quale da "questi
preludi di non ordinaria divozione in un fanciullo". argomentava
che Prospero a suo tempo fosse per consacrarsi agli "ossequi
divini".
Altri ancora deducevano che Prospero sarebbe diventato un "eccellente
predicatore", perché dimostrava "vivacità
grande d'impegno e fecondità di memoria nel raccontar che faceva
sovente il tenor delle prediche" udite dal pergamo; e tanto
più che, imitando i predicatori, saliva sovente sopra una sedia "sermoneggiando
con fervore di spirito eccedente l'età puerile", esortando
tutti di casa a guardarsi dalle divine offese, ad osservare la legge di
Dio e ad amarlo sopra ogni cosa (cf Annali,t.III, parte I, anno 1616, n.58).
Cagionava stupore in ciascuno il profitto che Prospero faceva nell'apprendere
la lingua latina e le umane lettere, nell'acquisto delle quali "metteva
il piede avanti a tutti i suoi condiscepoli"; ma, quello che
maggiormente importava, Prospero "era d'ogni altro, il più
morigerato e modesto" (cf.o.c., n.59).
Un accidente molto compassionevole
Il nemico infernale, invidioso delle virtù del fanciullo, cercò
di intralciargli il progresso "con un accidente molto compassionevole".
Andava a scuola con un suo coetaneo, il quale aveva "una
pistola carica di palla". Prospero, presala nelle mani per
certa curiosità fanciullesca, nel maneggiarla imprudentemente, la
scaricò e colpì, benché contro sua voglia, il condiscepolo
nella gola, il quale portato a casa ed interrogato chi l'avesse ferito,
rispose: "Prospero Lolli con la mia stessa pistola",
e senza dir altro, spirò nelle braccia della propria madre.
Sentirono tutti quelli di Agnone grandissimo dispiacere di questa
disgrazia, non meno per il travaglio che avrebbe patito l'uccisore, che
per la perdita dell'ucciso. I genitori del morto, non avendo altro figliuolo,
ne sentirono tanto dolore, che anch'essi furono per morire.
Il padre di Prospero, volendo provvedere alla di lui salvezza e assicurarlo
d'ogni sinistro avvenimento, sapendo che il governatore del luogo usava
ogni diligenza per averlo nelle mani e di già gli era stato in casa
con la birraglia per farlo prigione, lo mandò con molta segretezza
in paese lontano, per proseguire gli studi dell'umanità e della retorica
e di poi lo fece passare a Napoli a studiare filosofia, e ancora medicina
(o.c.,n.59).
Il giovinetto Prospero, giunto in quella città, "feconda
di fioritissimi ingegni", si diede con grande applicazione
allo studio, ma vie più alla vita spirituale: praticava sovente coi
padri della Compagnia di Gesù, eletti direttori del suo spirito,
frequentava le sante comunioni e "riusciva un ritratto di devozione"
(o.c.,n.60).
continua
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