BANDE MUSICALI 1934-39 / 1944-47
"Il 2 febbraio 1934, il M° Pasquale Petruccelli da Colletorto, con il patrocinio del comune di Serracapriola (podestà Castelnuovo) istituì corsi di musica per strumentisti di banda. Per l’improvvisa scomparsa del maestro il corso venne continuato dal figlio Saverio. Questi diede ulteriore impulso al lavoro paterno e formò un complesso bandistico del quale fu anche il primo direttore (fino a giugno 1939). Sul podio venne chiamato a succedergli il M° Antonio Alberino da San Paolo di Civitate che diresse la banda di Serracapriola fino a marzo 1940. A causa della guerra la formazione andò in dissoluzione.
  Nell’agosto del 1944, l’orefice Carlo Castriota "patito" di musica e alcuni appassionati strumentisti della precedente formazione bandistica, stimolarono Luigi Tronco, solista di trombone da canto e bombardino ad organizzare una banda che facesse da colonna sonora ai festeggiamenti di San Matteo (21 settembre 1944). E così 32 elementi (fra cui sbandati di guerra) misero a punto un repertorio di marce che ben onorarono il Santo e portarono note di serenità fra la gente angosciata dal conflitto mondiale. Pur avendo destato interesse e fervore fra la popolazione, la banda si sciolse subito dopo. A guerra finita, in un clima di buone speranze, la formazione si ripropose al pubblico degli estimatori in veste rinnovata, anche nei programmi. Il M° Tronco pervaso da una "sviscerata passione per l’arte della musica", fu chiamato nuovamente a guidare la formazione (febbraio 1946). Senza finanziamenti esterni ed autotassandosi, gli strumentisti misero a punto un corpo di musica che nell’ottobre 1946 iniziò le esibizioni in pubblico. Nel repertorio figuravano opere liriche, sinfoniche e marce. Nel settembre del 1947 Luigi Tronco ne lasciò la direzione che venne affidata per il biennio 1948-49, al M° Francesco Rizzo da Monteroni di Lecce; lo affiancò nel ruolo di capo-banda collaboratore, Giuseppe di Capua, sassofonista. Successivamente, sacrifici ed entusiasmi, coltivati con paziente perseveranza, vennero gettati alle ortiche e la formazione orchestrale si disgregò" (dallo Zibaldone di Serracapriola- Stanislao Ricci).
  L’impegno recente del M° Pietro D’Amicis (flautista nella banda, di 35 elementi, di San Paolo di Civitate, diretta dal M° Di Carlo Cristino), di fondare a Serracapriola una banda, ancora oggi cornice insostituibile delle feste religiose esterne, è stato vanificato dal disinteresse generale. Continua invece ad essere attivo il Coro Polifonico formato e diretto dallo stesso D’Amicis.

   SERENATE E CONCERTINI
  In un piccolo ambiente contadino come il nostro le serenate erano l’occasione per divertirsi nelle feste popolari o per manifestare i propri sentimenti alle fidanzate e ammirarle ai balconi a debita distanza, poiché l’usanza non permetteva un rapporto ravvicinatissimo come oggi, in cui il libero amore ha minato l’identità della famiglia.
  I suonatori che andavano per la maggiore erano Fortunato D’Alessio, Nètucc, molto abile al mandolino, e Santo Cerri, Sèntucc, alla chitarra, a volte accompagnati da fisarmonicisti, tra cui primeggiava Michele Sfarra.
  "Scintilla" invece era l’orchestrina stabile che si esibì dal 1945 al 47, composta da Guido Petti al sassofono, Giuseppe Pucarelli alla fisarmonica, Luigi de Girolamo al violino, Antonio Balice al clarino, Antonio D’Amicis, Pelill, alla tromba, e Ermanno Gianserra alla batteria. In giacca bianca col distintivo COS e pantaloni blu cantavano e suonavano la sigla: Quando suona l’orchestra Scintilla / più felice mi sento nel cuor. / Vivo solo e non penso più a nulla / ma solamente al ritmo dell’amor. / Ritmo uhè, dolce frenesia di passione, / sei per me solo un grande sogno d’illusione. Si trattava di un concertino spontaneo, cuncertine, che spaziava dal repertorio melodrammatico ai ritmi del valzer, della mazurka, della polka, per finire con alcune canzoni note di musica leggera.
  Un complessino stabile di musica leggera di alcuni anni fa era il "The White Paper", formato da Massimo Cavalli alla batteria, da Matteo Gentile alle tastiere, da Enzo Gatta al basso, dal valido cantante-chitarrista Sandro Argentino e dall’affermato pianista Domenico Ricci. Questi insegna pianoforte e dirige un coro di 40 elementi in un conservatorio del Portogallo.
  I giovani preferiscono un genere musicale d’origine nordamericano, il Rock, che, al suo sorgere negli anni 50 segnò una rottura con lo stile melodico in voga fino ad allora a cui è ancora legato il cantautore serrano Nicola D’Alessio, che a Milano, dove si esibisce con successo, ha composto per la sua terra la bella canzone Nunziètine.
  Anche il giovane ed affermato direttore d’orchestra Lorenzo Castriota, serrano d’adozione, musicando la poesia di Giulio Gentile "Il mio paesello", ha composto la vigorosa e romanzata canzone "Serra…Serra."

   CANTI POPOLARI
  In occasione delle feste gli orchestrali improvvisati aumentavano e organizzati in gruppi allietavano le serate.
  La sera del 31 dicembre si andava “portando il Capodanno” per il paese. Anche i bambini facevano la loro parte: muniti di un borsellino che doveva servire per mettere i soldi dei parenti, dopo aver declamato “Chèpedanne e chèpe de mèse damm’ a mbrètt chè mè prummèsse, se ne m’à dète è ndànn dammà mo ch’è Chèpedanne”, ricevevano un soldino (5 centesimi) e, se andava bene, un soldone (2soldi), o un nichelino (20 centesimi). Se si trattava di parenti ricchi essi potevano ricevere anche una monetina d’argento (mezza lira). I risparmi si conservavano nel salvadanaio di terracotta, u chèrusèlle.
  L’Epifania che chiude il ciclo delle vacanze natalizie era attesa come una piccola pasqua. Anche in questa occasione si andava in giro cantando e suonando a Pèsquètte” il cui testo era parte in dialetto e parte in lingua italiana. Dal 1977 al 1983 alcuni giovani dell’Azione Cattolica (Lorenza Risoldi, il flautista Pietro D’Amicis, Pietro Marini e Gianni Cialone) hanno continuato questa tradizione che nella vicina Chieuti oggi è ancora sentita.
  ……Send’ Èndone de jennère tutt i fèste èrrebbijème….. (Sant’ Antonio di gennaio tutte le feste ricominciamo). S. Antonio Abate, un tempo molto venerato nel nostro paese, era considerato il protettore degli animali e del focolare domestico. Infatti in alcune immaginette sacre è rappresentato in compagnia di un maialetto e di un focherello. Invocato per la salute del corpo al suo nome sono legati: un lepidottero, u purcellucce di send’Èndonje, (in similitudine al roseo maialetto) e una malattia della pelle, l’ herpes, u foche de send’Èndonje.
  La sera del 16 gennaio, vigilia di Sant’Antonio Abate, iniziava il carnevale con il canto in dialetto serrano Sent’Èntone (il termine è abruzzese come la tradizione). Ogni comitiva si recava nelle case di persone conosciute e bonariamente cantava e suonava il proprio canto originale (ne ricordiamo tre composti da D’Apuzzo Michele, Guido Petti-Ennio Giacci, Tronco Luigi) con strumenti a volte strani: u buchete e buchete, i sciscele, u ccèrine, a scescelére, u corne, u picch-pacch, u tèmmurrèlle, e non mancava il mandolino (scomparso a Serracapriola con il suo valido suonatore d’Alesio Fortunato nel 1989), la chitarra battente, l’armonica a bocca, urghènétte, la fisarmonica. Alla fine dell’esibizione un componente del gruppo, vestito da frate, prendeva cà furcenèlle ciò che gli veniva offerto. Qualche giorno dopo un lauto banchetto completava la festa, preparato con le offerte, dove prevaleva ogni sorta di insaccati ricavati dal maiale appena ammazzato. Questa tradizione, di origine alto-vastese, è stata importata a Serra da Termoli forse nel 1927.
  Un personaggio eccentrico, che si adornava di appariscenti orecchini d’oro, era Michele Iannelli che nell’anno 1928 accoglieva nella sua abitazione in via Santa Maria del Monte questi suonatori, fra cui primeggiava il noto Petrangele, che si esibiva dicendo “ndo ce bàlle e ndo ce sone ce stè semp Petrèngelone”.
  A volte alcuni gruppi di buontemponi degeneravano in libagioni copiose, sbornie e gazzarre, per cui quando qualcuno, rincasando, s’imbatteva in una di queste compagnie gli veniva detto “Cumpà, lè ce stè u sone!”, e per non disturbare era costretto a cambiare strada.
  Dopo molti anni di torpore, in cui ogni tradizione sembrava scomparsa nel nostro paese, una comunità di giovani cattolici, con l’intento di vivere il cristianesimo in modo autentico, per vivificare l’ambiente, tra le tante iniziative, riportò in auge in modo nuovo il canto intitolato a Sant’Antonio Abate. Il 16 gennaio 1982 portò il Send’ Èndone composto da Luigi Tronco nel 1937, in parte adattato ai nostri tempi in cui i segni del disfacimento sociale erano già evidenti:
  ….I fèmiglie ce so sfèscète / pecchè dè Dije ce so èlluntènète / U devorzje quést c’è purtète / e i drughéte so èumentète / So i solde dì puverélle / ché né ppèrè / tutt’ i mmècchètélle….(Le famiglie si sono sfasciate / perché da Dio si sono allontanate / il divorzio questo ci ha portato / e i drogati sono aumentati / Sono i soldi dei poverelli / che devono coprire / tutte le mancanze)… Nell’armonioso ludo il paradosso di damigian restate piene….
  Nel contempo anche i soci del circolo francescano, contagiati dall’allegro esempio, eseguirono il Send’Èndone realizzato da Guido Petti e da Ennio Giacci nel 1946.
  L’ exploit di questa tradizione si ebbe nel 1989 quando parecchi cori, in modo diverso, aprirono festosamente il carnevale.
  Fra questi musicisti ambulanti i “francescani” e dopo qualche anno anche la comitiva del bar “Vecchia Serra” hanno continuato con costanza ad animare questa tradizione. Nella suggestiva serata del 16 gennaio 2002, mentre nevicava, l’atmosfera ovattata del paese sotto la coltre bianca, ha valorizzato l’unico coro che si è visto: il Sènd’Èndóne del bar “Vecchia Serra”. Il 19 gennaio, a neve sciolta, hanno portato il loro Send’Èndóne la comitiva organizzata dal poeta dialettale serrano Giancarlo Mascolo, da Guido Petti e da Mercurio Valentino, e i lupetti degli scout che, con un cartello scritto chiedevano offerte per il loro campo scuola.
  Questi canti popolari esprimono la semplicità di un popolo in festa che sente il bisogno, il più delle volte sopito, di essere un’anima sola nella letizia, ma si spera anche nella sofferenza. La viva voce e il suono degli strumenti, non alterato dal frastuono degli altoparlanti, ci riportano a tempi ormai lontani in cui la melodia all’italiana era di casa.
  Per dirla con l’esperto “I concerti spontanei stanno alla musica colta come l’ex voto popolare sta alla stampa affissa alle pareti di una sagrestia”.
  
Se non si rinnega la storia della propria gente Una vecchia e una nuova canzone italiana possono convivere in armonia.

Serracapriola, 18 gennaio 2010